Anatomia di un sogno

 

Sono tornata.

 

Trascino le caviglie tra le ultime piaghe di questo mare nero, che bramoso e silente attendeva inquieto il mio ritorno.

Lo sguardo annega in un vuoto d’aria. Non oso distoglierlo. Non voglio. Non posso. So che cosa mi aspetta se lo facessi e non voglio andarmene da qui.

Questo posto io lo conosco. È un luogo speciale, è un luogo dove si vede al buio e dove la fuga non rende naufraghi ma ricercatori di tesori. L’importante è rimanere. Anche se so di precipitare, questo non mi ferma, perché sono un cavaliere solitario che a piedi nudi attraversa l’oscurità, essendone l’unico custode.

Non posso fare a meno di pensare a quanto sia relativo il concetto di sopravvivenza, che spesso ci attraversa come nebbia nei polmoni, illudendoci di averci  dato l’ossigeno di cui avevamo bisogno per andare sempre più giù, in quel mare nero da cui siamo venuti e verso il quale rientriamo ogni notte.

Quanto credi che possa durare…?

Questo corpo pesante e scomodo è ora sottile e impalpabile come polvere di cipria nascosta tra un poro e l’altro. Riservata sentinella, leggera e disabitata, come questo posto che non ho mai visto ma in cui mi oriento senza spiegarmi come.

I pensieri scivolano sul fondo come grumi indistinti, derelitti di una routine alienata dove tutto è congelato in un “devo”. Mentre io… io ho solo bisogno di cadere, di immergermi in queste acque silenziose e scivolare dolcemente in un silenzio antico, che ritrovo solo qui. Ma ci vuole più tempo, ci vuole un’assenza inviolata, un vuoto quieto come quello in cui sto cadendo galleggiando per poter riacquistare i ricordi non vissuti, per potermi riprendere quel feto che ho cresciuto solo io dentro di me e che nessuno può amare quanto me.

Questo posto io lo conosco, mi sembra familiare. Ma si, lo conosco. È il luogo delle illusioni sempreverdi, delle azioni congelate intorno alle quali mi aggiro ammirata come fossero opere d’arte. È il luogo delle parole mai dette, pronte a librarsi  come brandelli di seta, ma che rimangono sospese ad altezza d’uomo, come il debole espandersi di un mesto vapore che non vuole dileguarsi. È il luogo delle grandi speranze trattenute in un orizzonte dipinto, è il luogo delle aspettative segregate dagli stormi nei loro nidi sugli alberi. È il luogo dell’eternità, dove niente cambia e tutto si trasforma.

Non cercare di seguirmi. Non puoi. E poi so cosa diresti. Questa strada non la conosci e non la amerai mai, se non in quella vita che dovresti inventarti. Allora inventami, e forse riuscirai a vedermi, ma fino a quel momento lasciami lì, in quel posto desolato e magico che conosco solo io.

Rimango qui, solo per un po’ e poi torno. Non ci vorrà molto. Anzi… ci vorrà pochissimo. Cadere è una questione di secondi, ma  il tempo è diverso. È tutto spaventosamente e meravigliosamente immobile.

Remo nel buio ma so dove sto andando. No, non me lo chiedere perché non so risponderti, ma so dove sto andando. È quel luogo dove finisce l’eternità e inizia la vita vera. È quel luogo, molto più ruvido e accecante, dove riesco ad attraversare quell’orizzonte dipinto e ad afferrare tutte quelle parole mai dette, le speranze imprigionate in un colore ormai seccato, e a spezzare quella materna eternità che ha pietrificato anche me in una seducente anticamera, in attesa di un segno che non arriverà mai.

Sì.

Questo è un luogo che conosco fin troppo bene.

Ogni volta che sono qui mi da’ l’impressione che tutto stia per iniziare e mi invita a soffermarmi ancora un po’ prima di vedere in faccia il mio sogno. Mi ricorda che nel mare nero tutto è come l’ho sempre sognato, e che al di là delle acque niente è più come prima.

Sarebbe così facile rimanere qui per sempre, incastrata tra un desiderio e una promessa, senza muovere un passo… ma non potrei mai. O almeno… non più.

Non so quali sembianze assumerà il mio sogno al di là di quella porta, forse sarà molto diverso da come lo vedo da questo pianeta meravigliosamente privo di caos, ma se rimango qui sarò solo un burattino schiavo di una vita che non ha avuto il coraggio di vivere, e forse questa possibilità è più convincente di qualsiasi invitante anticamera dove aspetto di vivere mentre lentamente muoio.

Non c’è abbastanza incoscienza per restare e ce n’è troppo poca per avanzare, ma finché sarò qui non potrò dire di esistere.

Non posso più restare, devo aprire quella porta.

Devo aprila.

…Devo.

 

I miei occhi spenti tornano a guardare. Sono rientrata nel tempo e la gravità si rimpossessa del mio corpo. Il cavaliere solitario sa che tornerò da lui, ma sa anche che posso viaggiare tra i mondi e quello al di là della porta lo inseguirò come un instancabile pellegrino in cerca di casa, ed è proprio lì che voglio stare. In quel luogo che non ho mai abitato veramente ma che conosco più di me stessa.

Avanzo verso la porta.

 

Sono tornata.

 

 

© Riproduzione Riservata

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