Quando sarai grande

 

Dovrei dirti che rimpiangerai l’essere piccola. Che l’innocenza di quei giorni non tornerà con quell’intensità, se non sparirà del tutto.

Dovrei dirti di godere del presente, perché quando si cresce impari a contare i giorni e il futuro non è poi così un’incognita.

Dovrei dirti che è sbagliato aver fretta di crescere, perché in quei giorni in cui credevi che tutto il tuo mondo fosse rinchiuso nella tua stanza in realtà il tempo ha continuato a scorrere, traditore, facendoti credere che si fosse fermato per te.

Dovrei dirti che la spensieratezza si perde con gli anni che passano e che quelli che ora ti sembrano dilemmi esistenziali, altro non sono che stupide paranoie adolescenziali, variabili come un colpo di vento.

Dovrei dirti che, tra qualche anno, pensando a quel ragazzo che ti prendeva in giro perché al liceo non arrivavi a una prima di reggiseno, ti scapperà un sorriso; riuscirai a perdonare la tua migliore amica per averti messa da parte da un giorno all’altro come fossi sempre stata un’estranea, dimenticherai di quando non riuscivi neanche ad alzare la mano in classe per la vergogna di essere vista o quando rimanevi a letto per un giorno intero perché ti sentivi depressa; dovrei dirti che l’esperienza di una vita fortifica e che quelli che ora ti sembrano insormontabili, in realtà sono processi obbligati senza particolare importanza.

Dovrei rispettare il ruolo quasi genitoriale della mia età e conformarmi all’idea che gli anni migliori sono sempre quelli dietro le nostre spalle e allo stesso tempo, con questa “adulta e responsabile” premessa, dovrei anche trasmetterti fiducia nel futuro.

Tu mi dirai… “l’ipocrisia dei grandi…” E avresti ragione.

Dovrei dirti tutte queste cose, ma non lo farò.

Se tu fossi qui davanti a me, ti prenderei le mani stringendole tra le mie e ti direi altre cose, perché queste le sai già.

Ti direi che l’innocenza non appartiene solo all’infanzia e che assumersi delle responsabilità nella vita non coincide con la morte della giovinezza. Ti posso assicurare che mi sento più spensierata ora che ho 30 anni, precaria e con il conto in rosso che quando ero al liceo, con un reggiseno finto o tra le mura della mia stanza a fissare il soffitto, indifesa.

Ti direi che, sì, i giorni te li senti addosso e pesano, pesano tanto… ma pesano di vita e se impari a viaggiare con quella valigia, tutto ciò che sentirai sarà la bellezza di quel momento; perché non c’è niente che pesi di più della vita, neanche la morte, per quanto non la si voglia guardare in faccia. E nessuno te ne parlerai mai perché ti diranno che sei giovane per pensare alla morte e che hai tutta la vita davanti. Nessuno ti parlerà di quel momento, perché significherebbe ammettere che potresti scomparire in un attimo e che la tua è una paura fondata.

Confermerei ciò che dicono… che alla tua età la morte ha una connotazione poetica e non realmente tragica, ma ti direi anche che eri più tu vicina alla morte fissando il soffitto a tempo perso che io alle prese con la mia insonnia… perché dentro quella veglia stanca c’era voglia di vita, c’era il fragore di quell’interludio silenzioso, c’era la fragilità e ti dico una cosa… la fragilità è bellezza.

Ti direi di non affidarti a chi crede di averti inquadrato solo perché ha sommato qualche tua abitudine e il tipo di compagnie di cui ti circondi. Si può essere interpreti della vita o la si può vivere davvero e dubito che esista qualcuno con l’occhio così lungo da percepire questa differenza esponenziale a prima vista.

Non credere a chi ti dice che sei chiusa o poco predisposta verso gli altri solo perché ha fatto l’estratto conto delle tue storie d’amore non corrisposte. E neanche a chi ti dice che non sai divertirti perché scegli di stare a casa invece di fingere di stare bene con persone di cui non ti importa niente solo per dimostrare qualcosa agli altri. Tu sola conosci il tuo vero potenziale, tu sola puoi sentire cosa potresti essere in grado di fare.

Tra qualche anno ti rivedrai in foto o in video e scoprirai cose di te che ora non sei pronta a vedere, ma ci arriverai. E non dare ascolto a chi ti dice “beata ignoranza”, perché anestetizzare il cuore non annulla il male di vivere, lo prolunga mettendolo in stanby in una zona sorda e cieca della mente. Ma rimane lì, sempre vigile.

Ti direi che stare da soli è difficile ma che ci si può imparare a convivere. Ti direi che il lietofine non è solo degli innamorati ma anche di coloro che imparano ad amare se stessi, riuscendo ad accettare la propria fragilità e riuscendo a percepirne la bellezza. Ti direi di leggere le loro storie se solo fossero state scritte, se solo questo tipo di eroismo fosse riconosciuto come tale.

Diffida di coloro che ti fanno sentire diversa solo perché non sei “benaccompagnata” e venera invece quelle anime coraggiose che preferiscono l’equilibrio alla frenesia, l’armonia all’etichetta, la propria solitudine a quella di gruppo, dove non saresti che un invisibile puntino nell’universo.

Ti direi di non cambiare taglio di capelli se quella frangetta si avvicina più alle fantasie di quel ragazzo per cui hai perso la testa ma che si allontana anni luce da quello che sei tu.

Ti direi di non accontentarti perché anche se la vita è una, e certi treni passano una volta sola, soprattutto per quelle come noi, non c’è niente di peggio che consumarsi dietro qualcuno che pur non essendo alla nostra altezza, ci mastica e ci butta via, facendoci sentire inutili, sporche e insapore, con lo spaventoso risultato di guardarci allo specchio e non riconoscerci.

Ti direi che crescere ha un prezzo, ma aggiungerei che essere piccoli ne ha altrettanti: primo fra tutti, quello di non potersi difendere. Senza difesa non si può combattere e senza combattere non si vince.

E ti direi ancora una cosa, che nessuno avrà il coraggio di dirti: il vincitore è solo, come il protagonista, ma questo non deve spaventarti perché la cosa peggiore non è essere soli, ma essere vuoti. E tu non lo sei.

Ricordalo quando sarai grande…

 

 

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