FEBBRAIO. Educare alle relazioni: empatia come antidoto al conflitto

Febbraio è un mese di soglie. Sta nel mezzo, come certe conversazioni difficili che non si possono più rimandare. È il tempo in cui, a scuola, le relazioni mostrano le loro crepe: piccoli attriti che diventano fratture, parole non dette che si trasformano in gesti bruschi.
Ma febbraio è anche il mese che ci ricorda che i legami non nascono spontaneamente: si coltivano.

Educare alle relazioni, oggi, significa assumersi una responsabilità profonda. Vuol dire insegnare che stare insieme non è naturale, ma possibile. E che l’empatia non è un talento innato, bensì una competenza da apprendere.

“Ogni relazione è un luogo di apprendimento, se accettiamo di restarci dentro abbastanza a lungo”. (Martin Buber)

Il conflitto non è un fallimento, è un segnale

Nel contesto educativo, il conflitto viene spesso vissuto come un’interruzione del percorso. Qualcosa da spegnere in fretta, da normalizzare. Ma il conflitto è, prima di tutto, un messaggio. È il linguaggio imperfetto di chi non ha ancora trovato parole adeguate per dire ciò che sente.

Paulo Freire ci ricordava che “nessuno educa nessuno, ci si educa insieme attraverso il mondo”. Anche il conflitto fa parte di questo mondo condiviso: non va rimosso, ma attraversato.

Quando accompagniamo i bambini e le bambine a leggere ciò che accade tra loro, stiamo insegnando una competenza relazionale che durerà tutta la vita.

Il gioco come territorio neutro e generativo

Il gioco rappresenta uno dei dispositivi educativi più potenti per la costruzione dell’empatia. Non perché “addolcisce” i comportamenti, ma perché crea uno spazio altro, simbolico, in cui è possibile sperimentare senza il peso del giudizio.

Jerome Bruner, nella sua psicologia culturale, descrive il gioco come un laboratorio di significati condivisi: un luogo in cui si negoziano regole, si esplorano ruoli, si impara a stare nel limite.

“Nel gioco il bambino impara a prendere sul serio l’altro senza smettere di prendere sul serio sé stesso”. (J. Bruner)

I giochi cooperativi e i giochi di ruolo, in particolare, permettono di spostare l’attenzione dalla competizione alla corresponsabilità. Non c’è un vincitore isolato: il successo dipende dalla qualità della relazione.

L’arte come lingua comune quando le parole non bastano

Le pratiche di arteterapia ci insegnano che non tutto può essere spiegato, ma molto può essere espresso. Disegnare insieme, modellare, costruire immagini collettive significa offrire un canale alternativo alla comunicazione verbale, spesso sovraccarica di tensioni.

Donald Winnicott parlava di spazio transizionale come di un’area sicura in cui il soggetto può sperimentare il sé in relazione all’altro. L’arte, a scuola, crea esattamente questo spazio.

Nel laboratorio Vitamina Scuola, le attività artistiche condivise portano ad abbassare spontaneamente i livelli di conflitto. Non perché eliminano le differenze, ma perché insegnano a stare dentro la complessità: aspettare il proprio turno, rispettare lo spazio altrui, accettare che il risultato finale non sia “mio”, ma “nostro”.

La fantasia come esercizio di empatia

Gianni Rodari resta una guida imprescindibile quando si parla di educazione alle relazioni. La fantasia, per lui, non è un lusso creativo, ma una competenza sociale.

“La mente che inventa è una mente che stabilisce relazioni”. (Gianni Rodari, Grammatica della fantasia)

Inventare storie collettive, immaginare punti di vista diversi, dare voce a personaggi lontani da sé significa allenare la capacità di decentramento: uno dei pilastri dell’empatia.

Quando un bambino riesce a dire “io al posto suo mi sentirei…”, sta compiendo un gesto educativo potentissimo. Sta imparando che l’altro non è un ostacolo, ma un mondo.

Educare alle relazioni è un atto quotidiano di cura

Educare all’empatia non significa evitare il conflitto, ma renderlo abitabile. Significa progettare contesti in cui il gioco, l’arte e la narrazione diventino strumenti di mediazione emotiva.
Febbraio, con la sua apparente fragilità, ci chiede questo: rallentare, osservare, accompagnare.

Perché, come scriveva Simone Weil, “l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”.
E a scuola, educare alle relazioni significa proprio questo: insegnare l’attenzione all’altro come fondamento di ogni apprendimento autentico.


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