Marzo è il mese in cui qualcosa si muove, anche quando non si vede ancora. La luce cambia inclinazione, l’aria si fa meno rigida, la terra lavora in silenzio. È un tempo di risveglio, ma non di rumore. Prima di fiorire, la natura ascolta.
A scuola, marzo è una soglia simile. È il momento in cui diventa urgente fermarsi e chiedersi: sappiamo ancora ascoltare? Non solo le parole, ma ciò che le precede. Le emozioni. I segnali del corpo. I silenzi.
Ci sono parole che scegli e parole che ti scelgono. Gentili si diventa, pubblicato da Gemma Edizioni, appartiene a entrambe le categorie.
Quando ho iniziato a lavorare a questo opuscolo educativo pensato per bambini e ragazzi dai 7 ai 13 anni, insegnanti ed educatori, sapevo che non sarebbe stato solo un progetto editoriale. Sarebbe stato un gesto. Una presa di posizione. Un modo concreto per abitare, ancora una volta, un tema che mi attraversa da tempo: il bullismo, le sue ombre, le sue conseguenze silenziose.
Il progetto, proposto da Gemma Edizioni, nasce all’interno della collana Intessere, una serie di opuscoli dedicati a temi importanti e necessari, di cui questo è il primo volume e la cui prefazione è stata a cura della Dott.ssa Alessandra Schietroma.
Chi conosce i miei progetti e i miei articoli sull’empatia e l’inclusione sa quanto io sia sensibile a questo tema. Non per moda, non per slogan. Per convinzione. Perché ho imparato che le parole possono ferire, ma possono anche salvare. E che spesso la differenza la fa qualcuno che decide di insegnare a usarle meglio.
Questo opuscolo nasce da Bonsai, che ho scritto e illustrato. La storia di Penny diventa il punto di partenza per un percorso più ampio: uno spazio sicuro in cui riconoscere le emozioni, dare loro un nome, attraversarle senza vergogna.
Le attività le ho pensate come strumenti concreti: esercizi di scrittura, disegno, questionari, momenti di riflessione che permettano di distinguere tra apparenza e vissuto interiore, di comprendere l’impatto delle parole, di rendere visibili i bisogni senza esporre chi li prova. Ho lavorato anche alla grafica e all’impaginazione, perché credo che la forma non sia mai neutra: uno spazio ordinato, accogliente, leggibile è già un modo per dire “qui sei al sicuro”.
Ho collaborato ai contenuti con un’idea precisa: non basta dire ai ragazzi di essere gentili. Bisogna offrire loro gli strumenti per diventarlo (oltre a dare il buon esempio, ovviamente). E bisogna dirlo anche agli adulti.
Ho scelto con convinzione questo titolo: Gentili si diventa. Perché troppo spesso sento giustificare l’asprezza con un’alzata di spalle: “Io sono così”. Come se l’irrispettosità fosse un tratto identitario intoccabile. Io credo fermamente il contrario. Credo che la gentilezza sia, sì, un valore che alcuni sembrano avere in modo naturale, ma anche una competenza che si può apprendere, allenare, rafforzare. Come si impara a leggere, a scrivere, a stare al mondo.
Contrastare il bullismo dentro e fuori dalla scuola significa lavorare sull’autostima, sul senso di appartenenza, sulla capacità di chiedere aiuto. Significa dire a un bambino che non è solo. Che non è sbagliato. Che il suo modo di essere non è un errore da correggere.
Sono fiera di aver collaborato a questo progetto. Non solo per il risultato editoriale, ma per l’intenzione che lo sostiene. In un tempo in cui l’aggressività viene spesso scambiata per autenticità, scegliere la gentilezza è un atto radicale.
E se è vero che non possiamo proteggere i ragazzi da ogni ferita, possiamo almeno insegnare loro che hanno diritto a essere trattati con rispetto. Possiamo mostrare che esiste un’alternativa alla durezza. Possiamo ricordare – prima a noi stessi, poi a loro – che diventare gentili non è debolezza. È responsabilità.
Febbraio è un mese di soglie. Sta nel mezzo, come certe conversazioni difficili che non si possono più rimandare. È il tempo in cui, a scuola, le relazioni mostrano le loro crepe: piccoli attriti che diventano fratture, parole non dette che si trasformano in gesti bruschi. Ma febbraio è anche il mese che ci ricorda che i legami non nascono spontaneamente: si coltivano.
Educare alle relazioni, oggi, significa assumersi una responsabilità profonda. Vuol dire insegnare che stare insieme non è naturale, ma possibile. E che l’empatia non è un talento innato, bensì una competenza da apprendere.
“Ogni relazione è un luogo di apprendimento, se accettiamo di restarci dentro abbastanza a lungo”. (Martin Buber)
A scuola, più che altrove, gennaio è un tempo sospeso: si rientra in aula con il corpo ancora altrove e con le emozioni che arrivano sempre qualche passo dopo. È il mese dei bilanci silenziosi, di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Ed è proprio qui che l’empatia smette di essere una parola gentile e diventa una competenza necessaria.
Viviamo in un tempo che confonde la schiettezza con la verità e la durezza con la forza. Quante volte abbiamo sentito dire: “Io sono solo sincero”, mentre una frase colpisce più di uno schiaffo?
Ma la sincerità non giustifica la mancanza di cura. Come scrive Daniel Goleman, padre dell’intelligenza emotiva, “non è ciò che dici a definire la tua efficacia comunicativa, ma il modo in cui le tue parole vengono percepite”.