Ottobre arriva quando l’anno scolastico ha smesso di essere una promessa ed è diventato esperienza.
Le classi hanno preso forma, le routine si sono stabilite, le prime fatiche emergono. È il mese in cui le emozioni smettono di restare sotto traccia e chiedono di essere viste.
Non sempre con le parole giuste.
A volte con il corpo.
A volte con il silenzio.
A volte con il comportamento.
Ciò che non viene riconosciuto, spesso viene agito.
— Daniel Siegel, psichiatra e autore
Ottobre, mese internazionale dell’educazione emotiva, diventa così un’occasione preziosa per fermarsi e fare una scelta educativa chiara: insegnare a dare un nome a ciò che si prova. Perché nominare è il primo gesto di inclusione.
Nel percorso Vitamina Scuola, questo mese è dedicato proprio a questo passaggio fondamentale: dall’emozione sentita all’emozione riconosciuta.
Le emozioni come linguaggio
I bambini provano emozioni intense molto prima di saperle spiegare. E spesso ciò che viene scambiato per disattenzione, opposizione o chiusura è in realtà un’emozione senza parole.
Le emozioni sono dati. Ci informano su ciò che conta per noi.
— Daniel Goleman
Secondo Goleman, la capacità di riconoscere e nominare le emozioni è una competenza chiave dell’intelligenza emotiva. Senza questo passaggio, diventa difficile comprendere se stessi e, di conseguenza, gli altri.
Nel laboratorio Vitamina Scuola, si parte da qui: costruire un vocabolario emotivo condiviso, accessibile, non giudicante.
Esercizi di riconoscimento emotivo
Riconoscere un’emozione non significa spiegarla in modo astratto. Significa collegarla a sensazioni, immagini, esperienze.
Attraverso schede emotive, giochi di associazione, domande aperte, i bambini imparano a distinguere tra rabbia e frustrazione, tra paura e agitazione, tra tristezza e delusione.
Dare un nome alle emozioni le rende meno spaventose.
— Brené Brown, ricercatrice e formatrice
Nel percorso Vitamina Scuola, questi esercizi non servono a “controllare” le emozioni, ma a legittimarle. Perché un’emozione riconosciuta non ha più bisogno di urlare.
Questionari sul benessere: ascoltare senza interrogare
Ottobre è anche il momento giusto per chiedere: come stai, davvero?
I questionari sul benessere emotivo, proposti nel laboratorio, sono strumenti delicati, mai invasivi. Non cercano risposte giuste, ma segnali.
La sicurezza psicologica nasce quando le persone sentono di poter essere se stesse senza timore.
— Amy Edmondson, studiosa di psychological safety
Restituire al gruppo alcune riflessioni emerse, in forma anonima, aiuta a costruire un clima in cui ciascuno capisce di non essere solo nelle proprie emozioni. Ed è qui che l’inclusione prende forma concreta.
Munari e i linguaggi simbolici delle emozioni
Non tutte le emozioni passano dalle parole. Alcune chiedono colore, forma, movimento.
Bruno Munari ci ha insegnato che l’arte è un linguaggio primario, capace di parlare prima ancora del concetto.
Capire è vedere relazioni.
— Bruno Munari
Nel laboratorio Vitamina Scuola, le esperienze artistiche ispirate a Munari diventano strumenti per esprimere ciò che non si sa dire: una linea che rappresenta la rabbia, una forma morbida per la calma, un collage per l’emozione mista.
L’arte, così, diventa un ponte inclusivo: permette a ciascuno di partecipare secondo il proprio modo di sentire.
Nominare per includere
Dare nome alle emozioni non è un esercizio linguistico. È un atto politico, nel senso più profondo del termine: riguarda il modo in cui stiamo insieme.
L’inclusione inizia quando le persone si sentono comprese.
— Howard Gardner, psicologo e pedagogista
Quando un bambino impara a dire “sono arrabbiato” invece di colpire, “sono in difficoltà” invece di chiudersi, fa un passo enorme verso l’autoregolazione e la relazione. E la classe fa un passo verso una convivenza più giusta.
Un passo che apre strade
Ottobre non risolve tutto. Ma apre.
Apre uno spazio di consapevolezza che accompagnerà i mesi successivi. Perché non si può costruire empatia senza linguaggio emotivo, né inclusione senza ascolto.
Il percorso Vitamina Scuola nasce da questa convinzione: che insegnare a riconoscere le emozioni significhi insegnare a stare al mondo. Con sé stessi. Con gli altri.
E che ogni emozione, se accolta e nominata, possa diventare una risorsa.

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