ARTHUR RACKHAM. Ninfe a confronto: Undine e La sirenetta

Guardare l’arte di Arthur Rackham si traduce in un’inevitabile immedesimazione, in una lettura accogliente senza essere scontata, in un pellegrinaggio in cui invece di andare avanti, camminiamo all’indietro, senza alcuna nostalgia del nostro presente. La responsabilità è della sua capacità di saperci proiettare in un tempo inventato, in uno spazio della mente dalle linee marcate, dai colori autunnali privi di gelo… un mondo fatto di fate, di elfi, di bambini, di orchi e di strane creature che si esibiscono in uno spettacolo allestito apposta per noi, per portarci con loro, per condurci lontano, per poter credere davvero a ciò che vediamo impresso su un foglio.

Un vento tiepido che attraversa la durezza di un tratto ammorbidito dagli acquerelli tenui e dalla delicatezza dei soggetti rappresentati. Una sorta di sogno di una notte di mezza estate, condito ad una spinta ribelle nei confronti di un’era dalle grandi contraddizioni. Infatti, dall’epoca vittoriana nella quale visse Arthur Rackham, ne conseguì una forma di escapismo dalle decisive evoluzioni che comportarono non poca pressione sulla società.

Proiettandoci nell’epoca vittoriana, ci si aprono le porte di un grande salone e ci imbattiamo nella  perseverante oscillazione tra fede e scienza, nella critica e decisiva rivoluzione industriale, nelle ferite sociali tra sfruttamento e ipocrisie, nelle cicatrici psicologiche di una società sfiancata dai compromessi, nel ricercato eroismo letterario, nelle dipinte passioni preraffaellite.

La cosiddetta Fairy painting nasce proprio in questo lussuoso, dispersivo e turbinoso salone nel quale si rimane affascinati ma anche storditi, e l’escapismo che ne consegue maturò quelli che successivamente sarebbero diventati i grandi capolavori dell’illustrazione.

Nei suoi fogli bianchi, Rackham, tra i massimi esponenti della Golden Age of Illustration1, mescolerà influenze di artisti come Albrecht Dürer, George Cruikshank, John Tenniel e Aubrey Beardsley,  accogliendo il mondo incantato dei Fairy Tales, abitati da ninfe, fate, folletti, gnomi e creature soprannaturali, esaltandone la bellezza selvaggia, spesso inquietante, mista ad un’intrinseca grazia quasi palpabile, un’arte nella quale atmosfere oniriche e luoghi incantati rivelavano un mondo nel quale c’era bisogno di sognare e dove tutto era possibile, dove ogni cosa che poteva essere sognata si poteva toccare.

Disegni quasi animati, destinati ad un ruolo estetico e pedagogico, ma essi non si accontentano di fare da semplice contorno ad una storia: loro stessi vogliono essere la storia, ed è così che Rackham concepiva le sue illustrazioni.

Illustratore inglese di grande talento e prestigio nell’epoca vittoriana, Arthur Rackham divenne noto per le sue illustrazioni di fiabe e  classici per bambini. Nonostante le tematiche molto spesso legate al mondo dell’infanzia, egli riuscì a mantenere nel disegno un rigoroso senso della realtà, dando alle sue creature tratti umani, personalità e naturalezza.

La sua arte, così suggestiva e coinvolgente, riuscì ad influenzare molti degli artisti successivi e lo stesso studio Disney, per la realizzazione del suo primo lungometraggio, si ispirò fortemente ad alcune sue illustrazioni per Biancaneve.

Nacque a Londra, il 19 settembre 1867, in un quartiere centrale, ricco di vivo fermento culturale. Sviluppò fin da piccolo una forte propensione al disegno e un’incredibile bravura con l’acquerello. All’età di sedici anni iniziò a viaggiare, diretto in Australia, impiegando il lungo tempo passato in mare disegnando e tornò a Londra con un bagaglio carico di studi, schizzi e bozzetti.

Nel suo primo periodo artistico, egli pubblicò le sue illustrazioni su delle riviste e in questa prima fase si delineò uno stile caratterizzato da una costante presenza del nero e della linea pura.

La tecnica usata da Rackham era laboriosa e richiedeva una notevole perizia: abbozzato il disegno con una matita morbida, definiva le forme più precisamente aggiungendo via via i contorni e i dettagli. Terminato il bozzetto, tracciava quindi le linee a penna e inchiostro indiano, rimuovendo alla fine il sottostante strato a matita. Per ottenere un risultato finale a colori, prima di iniziare il disegno a matita passava uno strato di colore giallo chiaro sulla carta, aggiungendo poi vari altri strati di colore trasparente – soprattutto blu chiari, verdi e rossi – a seconda delle necessità, una volta ultimato il disegno2.

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento divenne giornalista e illustratore e il suo primo libro di illustrazioni fu pubblicato nel 1893. Il suo fu un successo immediato e stupefacente.

Nei primi anni Novanta pubblicò circa un libro all’anno, promuovendo e vendendo le sue illustrazioni originali in occasione di mostre che teneva annualmente.

Il 6 settembre 1939, all’età di settantadue anni, morì di cancro, a Limpsfield, lasciando un’eredità artistica al mondo dal valore inestimabile, oltre 60 libri illustrati, tra cui le opere di Shakespeare, Charles Dickens, James Barrie, Lewis Carroll, le fiabe dei fratelli Grimm, Andersen e Perrault. Come da considerarsi indimenticabili il “suo” Peter Pan nei giardini di Kensington (1906), la “sua” Alice nel Paese delle Meraviglie (1907), e ancora il “suo” Gulliver o la “sua” Undine. Sì, suoi… perché solo chi ci trascina in un disegno così profondamente, invitandoci ad entrare con spirito cortese, possiede davvero ciò che si nasconde al di là di quella porta sottile e ruvida, nella quale in realtà solo pochi di noi guardano attraverso.

*        *        *

 La mia forza è la forza di dieci,

perché il mio cuore è puro.

Alfred Tennyson

Avvicinandoci alle due protagoniste delle fiabe, Undine e La sirenetta, non possiamo non lasciarci influenzare dalla similitudine, e non solo per le loro origini marine.

Entrambe incomplete, alla ricerca di un’anima, cacciatrici di amore, privilegiate prede di una solitudine desolante.

Di grande ispirazione per Hans Christian Andersen, la fiaba di Friedrich de La Motte-Fouqué venne scritta nel 1811 e fu da subito concepita come un capolavoro.

Undine, ninfa emersa dai flutti, è in cerca del vero amore per avere un’anima, destinata a rinunciarvi per la debolezza del suo amato, che, nell’insicurezza del suo cuore, sceglierà l’altra, condannando a morte se stesso e segnando l’infelice ritorno della ninfa alle acque del mare.

Due fiabe molto simili tra loro ma con un finale diversamente drammatico: la sirenetta di Andersen perde il suo amore, rinunciando alla possibilità di riconquistarlo e di diventare umana, ma scamperà alla malefica profezia di tramutarsi in schiuma del mare e potrà lenire i dolori suoi e quelli del mondo tramutandosi in una delle figlie dell’aria, diffondendo buone azioni e guadagnando così l’immortalità. Un finale amaro se pensiamo che la sirena perde tutto per un amore che non le è destinato, ma mai così amaro come il finale di Undine, costretta ad uccidere il cavaliere Hulbrand von Ringstetten, mentre baciandolo rapisce il suo ultimo respiro, per poi tornare al principio, quando ancora non conosceva l’amore, con la differenza che avendolo conosciuto, il principio diventa un limbo senza via d’uscita.

Quelle lacrime penetrarono negli occhi del Cavaliere fluendo attraverso il suo petto in un dolce e caro dolore, finché il respiro gli si spense e il suo corpo esanime reclinò giù dalle belle braccia di lei, sopra i guanciali del letto. «L’ho ucciso col mio pianto»3.

Il ritratto di Undine è lo specchio di un’inquietudine segreta, accarezzata dal suo silenzio, sigillata dal mare. Lo stesso mutismo della sirenetta, la stessa fame di amore, lo stesso grido interiore, lo stesso silenzio assordante.

La marea la avvolge senza averla vinta, perché la sua è una risurrezione o un mesto ritorno a casa, ma non una debole sconfitta, anche se la tragica fine della storia direbbe il contrario.

I capelli bagnati ma leggeri seguono il movimento delle onde, le quali sembrano accompagnarla, se non darla alla luce.

Il fascino nell’anima di questo ritratto sta nel contrasto: la ferma resistenza suggerita dalla posizione delle braccia, in tensione, con i pugni chiusi, come per rifiutare quella sensazione di eterno ritorno alla quale ella tenta di sfuggire; come gli occhi chiusi e il viso volto altrove, come per non vedere ciò che l’avrebbe aspettata una volta varcata la terra azzurra. E poi c’è la dolcezza di un abbandono consolatore… nelle vesti bagnate che si fondono con le onde, la tensione sciolta nel suo discendente ritirarsi, nell’evaporare della sua identità rubata dal dolore e intrappolata nel ricordo d’amore; d’altronde,  «pur pagato col prezzo di una eroica dolorosa solitudine, l’incanto di acque rigeneratrici non si eclissa con la stessa rapidità degli amori a cui ha dato alimento»4.

Al Cavaliere che vede in lei un “paradiso” verdeggiante e fiorito, promette una felicità sconosciuta, ma lascia intravedere anche l’ombra di una pesante ipoteca. L’amore totale non tollera abbandoni o tradimenti, pena la morte di entrambi gli amanti5.

Rackham ritrarrà entrambe le creature marine ma la sua interpretazione artistica sarà abissale.

Di Undine abbiamo molte illustrazioni, tutte a colori e solo un paio in bianco e nero; nella rappresentazione della storia, l’artista ha privilegiato i dettagli, non solo tecnici ma anche quelli graficamente contenutistici.  Difatti, rimane fedele all’atmosfera plumbea e romanticamente stratificata della narrazione, valorizzando sia con il bianco e nero che con il colore il climax delle intrinseche pulsazioni della fiaba.

Qui, Undine è protagonista indiscussa; in lei si muovono irriverenza e grazia, innocenza e sensualità, ambiguità e purezza, sublimate dall’armonica avvenenza delle forme in stile preraffaellita e le dolci contaminazioni dell’Art Nouveau, che temperano la durezza della linea di contorno onnipresente, tipica dei primi incisori tedeschi.

Tante influenze pittoriche in un’unica mano, capace di una rielaborazione personalissima fondata su un lavoro stratificato e di dettaglio, rivelano in Undine uno stile unico e raffinatissimo.

La Sirenetta di Andersen si avvale dell’opportunità di riscatto offertale dalle figlie dell’aria per potersi salvare dal proprio annientamento.

Quinta figlia del Re Tritone, realizza il sogno di andare a vedere il mondo emerso una volta compiuti  i suoi quindici anni ed è qui che si imbatte nel bellissimo principe del quale si innamora subito e che salverà dal violento naufragio durante il quale la sua nave rimane vittima della tempesta. Egli, purtroppo ancora destabilizzato, scambia la sua salvatrice per una giovane fanciulla vista da lontano che correva a cercare aiuto.

Malinconica e afflitta dall’enorme abisso imposto tra lei e il principe, essendo ella una sirena, dunque  priva di un’anima, e cosciente che alla fine dei suoi trecento anni si sarebbe dissolta in schiuma del mare,  senza la possibilità di rivivere, decide di recarsi dalla Strega del Mare che le offre la possibilità di un’anima umana e di gambe in cambio della sua voce. Ella accetta, emergerà dalle acque del mare alla conquista del suo principe, il quale, pur affascinato da lei e deciso a prendere moglie, un giorno si reca in un regno e si imbatte nella stessa ragazza vista in lontananza al momento del suo risveglio; pensando fosse lei la sua salvatrice, egli sposerà la principessa, lasciando la sirenetta in preda alla disperazione e allo sconforto. Rifiutando la possibilità di uccidere il principe per evitare la sua malasorte, ella è pronta a divenire schiuma del mare quando le figlie dell’aria l’ accolgono tra loro per premiare la sua bontà ed evitarle la morte eterna in cambio di buone azioni, per le quali le sarebbe spettato il Paradiso.

Della sua raffigurazione della sirenetta, ritroviamo una manciata di illustrazioni in bianco e nero a campiture piatte, dallo stile quasi fumettistico, dove rileviamo, in linea generale, una definizione decisa del tratto e una tipologia di composizione richiamante il grottesco; d’altronde, anche Rackham, oltre Nielsen, subì l’influenza dell’arte di Aubrey Beardsley, inebriata in parte dall’ «impressione di una complessiva monocromia»6 dovuta invece a «certe stampe giapponesi tanto in voga nell’Ottocento, e all’opera di Hokusai in particolare»7.

Ne La sirenetta c’è una chiara, quasi inspiegabile, esemplificazione. Nella figura riportata, Rackham «coniugò gli stilemi dell’Art Nouveau con le figurazioni favolistiche e grottesche tipiche della tradizione anglosassone»8, con un vago accenno al Fairy Pantings.

La protagonista viene rappresentata solo una volta in primo piano, avvolta dalle onde del mare che si intrecciano con i tentacoli di creature marine, quasi come fossero mere decorazioni liberty, che di certo addolciscono la composizione e il generoso corpo di una sirena troppo matura per la sua età (ha solo quindici anni), ma che tendenzialmente privano di pathos quel momento, relegandolo ad una funzione ornamentale; un corpo poco esile e di un’accennata abbondanza, priva di primitiva giovinezza.

Siamo molto lontani dall’identità della nostra protagonista.

Inoltre, Andersen descrive il regno del mare con dovizia di particolari, rendendolo vivo, quasi animato, ma esso, insieme al contesto, fa solo da sfondo. Tutto gira intorno alla quieta malinconia della giovane sirenetta, tutto è condensato nella forza del suo amore disperato che lei seguirà, impavida e muta nel suo destino, qualunque esso sia.

Leggendo La sirenetta ci accorgiamo di come sia lei a disegnare la storia, dando un colore e una forma al resto, a ciò che rimane alle sue spalle, per questo le rappresentazioni fini a se stesse non funzionano con lei. Possono piacere o essere le più richieste… ma Hans Christian Andersen era esigente e pretese qualcosa di più della bellezza: l’anima.

In Undine vediamo un’aggressività placata dal tormento amoroso, un risveglio sensoriale in lotta con un assopimento della speranza, una sorta di bovarismo ribelle che porta la ninfa a dileguarsi alle sue condizioni. Nella sirenetta cogliamo la cardiaca ingenuità rotta da una punitiva illusione, da un sentimento più grande di lei che può solo sognare, da una spietata educazione sentimentale che, diversamente da quanto suggerisce Flaubert, la priva anche dell’aspettativa come forma di piacere più puro, non potendo ella scegliere liberamente un verginale ritiro. In entrambe un dolore, in entrambe una crescita, una morte e, in modo diverso, un riscatto nei confronti di una solitudine imposta, di un castigo che punisce la forza di due cuori puri.

Pensarsi come l’abisso, su cui si adagiano le superfici apparentemente solide della civiltà, è sicuramente più esaltante che rassegnarsi a quello “sguardo lucido e mesto” che subentra al “gelo” e all’ “estasi” della favola amorosa e che profila, come via d’uscita dall’altalena di amori e odi, il “fastidioso obbligo di vivere per sé”9.

Sibilla Aleramo

 

Fonte dell’articolo:

D. Sarrecchia, Andersen e La sirenetta. Iconografia di una fiaba (1873-2013), Roma, Arbor Sapientiae Editore, 2015.

L’articolo è pubblicato nella rivista Diacritica (1° fascicolo, 25 febbraio 2015)
http://www.diacritica.it

 

NOTE:

1 Un fenomeno nato in America, riguardante libri e riviste. La Golden Age nacque per una serie di cambiamenti sociali e industriali, ovvero l’avvento di nuove tecniche di stampa in fase di sviluppo, una produzione di carta sempre più conveniente, un’efficiente distribuzione in tutto il continente facilitata dalla costruzione di ferrovie; inoltre, la popolazione si stava espandendo e insieme ad una florida industrializzazione, migliorò in media anche la condizione sociale. Improvvisamente gli artisti ebbero la possibilità di guadagnare enormi somme di denaro, insieme alla possibilità di dare una svolta alla loro carriera, un fatto che attirò numerosi talenti, data la difficoltà per un pittore di farsi conoscere attraverso gallerie d’arte e mostre. In Europa, gli artisti della Golden Age sono stati influenzati dai Preraffaelliti e da altri tipi di correnti ispiratrici come il movimento Arts and Crafts, Art Nouveau  e Les Nabis. Tra i più importanti artisti, ricordiamo Walter  Crane, Edmund Dulac, Aubrey Beardsley, Arthur Rackham e Kay Nielsen. Per gli americani, The Golden Age of Illustration si concluse nel 1930 quando i progressi della riproduzione fotografica e l’avvento della fotografia a colori avevano gradualmente escluso gli illustratori dal mercato.

2 http://www.fiabesca.blogspot.it

3 F. de La Motte-Fouqué, I. Bachmann, Ondina. La ninfa che divenne donna per amore,  Napoli, Filema edizioni, 2004, pp. 106-107.

4Ivi, p. 143.

5 F. de La Motte-Fouqué, I. Bachmann, op. cit., p. 139.

6 www.fiabesca.blogspot.it

7 Ibidem.

http://www.treccani.it

9 F. de La Motte-Fouqué, I. Bachmann, op. cit., p. 144.

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